Roma, la finanza che rottama politici
“E’ come se uno avesse vinto una Rolls Royce e si ritrovasse invece con una Panda…”. A Montecitorio, lato sinistro dell’emiciclo, descrivono così il repentino spostamento dal Campidoglio alla regione Lazio delle ambizioni di Nicola Zingaretti, presidente della provincia di Roma ormai prossima all’eliminazione. Il concetto in romanesco suona più o meno come “una sòla”, che significa una fregatura. Chi sia l’autore della fregatura, su cosa abbia fatto leva per convincere Zingaretti a cambiare i suoi programmi e perché, è argomento di dibattito all’interno del Pd. Leggi Milano, i rottamatori della finanza di Stefano Cingolani
5 AGO 20

Roma. “E’ come se uno avesse vinto una Rolls Royce e si ritrovasse invece con una Panda…”. A Montecitorio, lato sinistro dell’emiciclo, descrivono così il repentino spostamento dal Campidoglio alla regione Lazio delle ambizioni di Nicola Zingaretti, presidente della provincia di Roma ormai prossima all’eliminazione. Il concetto in romanesco suona più o meno come “una sòla”, che significa una fregatura. Chi sia l’autore della fregatura, su cosa abbia fatto leva per convincere Zingaretti a cambiare i suoi programmi e perché, è argomento di dibattito all’interno del Pd. La questione impatta con un’altra: chi a questo punto otterrà di correre per la poltrona di sindaco della capitale. Così infatti viene considerato il comune di Roma trasformato in Area metropolitana e dunque più attrattivo. Su una cosa tuttavia sono tutti d’accordo, dietro, di lato, nell’ombra o alla luce, direttamente o indirettamente comunque c’entra Francesco Gaetano Caltagirone. I rapporti per niente buoni tra il costruttore e il presidente della provincia, presidio del sistema di potere del centrosinistra dopo la sconfitta del 2008, non sono un mistero per nessuno.
Non è stato sempre così: fino a due anni fa era facile poter vedere alle cene relazionali di Goffredo Bettini, da sempre l’uomo forte della sinistra a Roma, Caltagirone e Zingaretti seduti allo stesso tavolo. A testimonianza della sopraggiunta freddezza, gli osservatori dei dossier capitolini, già dall’estate scorsa, segnalavano la polemica del Messaggero e di Leggo, quotidiani del gruppo Caltagirone, contro l’acquisto della nuova sede della provincia, un grattacielo in zona sud della capitale, costato circa 260 milioni di euro; fra le polemiche erano comprese quelle sindacali dei dipendenti per nulla felici di spostarsi dal centralissimo Palazzo Valentini alla periferia. Articoli in prima pagina, “una potenza di fuoco mai vista”, lamenta lo staff di Zingaretti. Il presidente ha spiegato più volte che il nuovo grattacielo “genera risparmi”, che sono stati tagliati contratti con altre sedi costose (una di queste in capo allo stesso Caltagirone) e che in ogni caso l’operazione era avviata dal 2005 dal predecessore Enrico Gasbarra. A creare tensione con Zingaretti è stata tuttavia soprattutto la vicenda Acea. La provincia si è battuta contro la privatizzazione e l’ingresso dell’imprenditore appoggiato dal sindaco Alemanno. Così come i consiglieri di area centrosinistra, vedi Andrea Peruzy, tesoriere della Fondazione ItalianiEuropei. “La partita è chiusa, il bilancio del comune in via di approvazione non giustifica la vendita di quote di Acea”, spiega Stefano Fassina (Pd) precisando che al risultato, l’ingresso di Caltagirone evitato, “ha concorso un ampio arco di forze politiche”.
Come a dire: non è solo questione di Zingaretti. “La verità è che Zingaretti si è affidato troppo a Bettini e non ha saputo gestire i poteri come i suoi predecessori”, dice al Foglio una fonte del Pd che conosce i meccanismi della capitale. Secondo questa lettura sarebbe stato Bettini a consigliare a Zingaretti lo spostamento sulla regione secondo il principio che “la prima battaglia è sempre la più importante”. In ambienti vicini a Caltagirone è spuntato inoltre un altro nome, quello dell’imprenditore Alfio Marchini. “Un grillino in giacca e cravatta”, sussurrano nel Pd peraltro in rapporti anche societari con il costruttore romano. Sarebbe un candidato di centro appoggiato magari da liste civiche, consentirebbe ad Alemanno, si teme a sinistra, di fare un passo indietro e candidarsi in Parlamento. L’obiettivo sarebbe arrivare al ballottaggio e ottenere poi i voti della destra destra, genere Teodoro Buontempo. Uno scenario che contiene una buona dose di paradosso: l’avo di Alfio, Alvaro Marchini detto Calce e Martello, donò il palazzo di via delle Botteghe Oscure a Togliatti e a casa di Alfio, nell’aprile del ’98, D’Alema incontrò per la prima volta Enrico Cuccia.
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